La critica è una pillola amara ma pur sempre una medicina

I nuovi assetti della guerra del petrolio

in Perché l'economia fa girare tutto!

Il petrolio in caduta libera, che sfiora quota 30 dollari al barile, genera un piccolo entusiasmo tra i consumatori ma continua a destare preoccupazione tra governi e imprese legate al comparto vittime di un “balzo della produzione” dovuto all’estrazione da acque profonde, alla fine con l’embargo con l’Iran, al rallentamento della domanda cinese e al tentativo di frenare lo sviluppo di fonti energetiche alternative

E’ l’ultima fase del braccio di ferro tra alcuni paesi produttori (in primis l’Arabia Saudita) che hanno imbastito una strategia di mantenimento di una produzione elevata al fine di eliminare la concorrenza estera (gli Stati Uniti hanno raddoppiato la loro produzione di greggio in 7 anni utilizzando le nuove tecniche estrattive) per poi tornare a dominare il mercato.

Se le grandi compagnie petrolifere lottano per preservare i margini di guadagno licenziando personale e tagliando gli investimenti (la sola BP taglierà 4.000 posti lavoro nel giro di due anni) e parlano di “misure specifiche per garantire solidità e competitività al proprio business“, interi stati hanno economie seriamente dipendenti dal petrolio e sono costretti a produrre al ritmo dei “primi della classe” per non perdere quote di mercato.

Il Wall Street Journal il prezzo per barile di petrolio "ipotetico" per soddisfare il fabbisogno di bilancio di alcuni stati
Il Wall Street Journal ha calcolato il prezzo per barile di petrolio ipotetico per soddisfare il fabbisogno di bilancio di alcuni stati (dati 2015)

Nel frattempo essi subiscono per primi le conseguenze di questa strategia e per sanare i propri bilanci (viziati da un economia di rendita) stanno ricorrendo a manovre fiscali che noi occidentali conosciamo bene, come l’aumento dei prezzi della benzina e il rincaro delle bollette elettriche e dell’acqua. E ne studiano altri, come l’introduzione dell’Iva.

Va comunque notato che i paesi arabi dotati di risorse petrolifere, ad eccezione dei paesi della penisola arabica scarsamente popolati, si ritrovano, oggi, poveri come all’inizio degli anni Settanta, se non più poveri, come nel caso dell’Algeria, della Libia, dell’Iraq, ma anche dell’Egitto, del Sudan, dello Yemen e della Siria, paesi ricchi di storia e di antica civilizzazione ma dotati di risorse energetiche in quantità modeste mentre gli stati recentemente costituiti nella penisola arabica nel corso del XX secolo, vere culle dell’estremismo islamico, (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein) sono divenuti arbitri degli equilibri politici, economici, culturali e sociali.

Certo parlare di situazione di “crisi” per paesi dotati di riserve nazionali ancora enormi e’ forse prematuro. Ma le grandi banche d’affari americane (in primis Morgan Stanley e Goldman Sachs) prevedono un petrolio a 20 dollari al barile e a 50 dollari al barile nel lungo termine. Non soltanto il deficit dei paesi arabi aumentera’, cosi come le speculazioni finanziare attorno a questa bolla, ma anche BCE e FED dovranno rivedere le loro stime di crescita.

Ma l’area medio orientale non e’ l’area più pericolosa in questa situazione di petrolio basso.

La Russia di Putin dopo essersi letteralmente presa la Crimea per via dei debiti di Kiev (di bolletta) mostra i muscoli in Siria ma va incontro ad un taglio lineare della spesa pubblica di circa il 10% (lasciando invariati solo i salari dei funzionari pubblici e dei militari) e in un’economia mondiale alle prese con troppo greggio, l’Europa tornerà a fare i conti con gli approvvigionamenti di gas.

Con ogni probabilità, tuttavia, le prime vittime in ordine di tempo di un ribasso durevole del prezzo del greggio saranno due paesi produttori estremamente fragili che con le tensioni mediorientali non c’entrano nulla: il Venezuela e la Nigeria.

In particolare dalla Nigeria arrivano segnali preoccupati: e’ la prima economia del continente ( 37° posto nel mondo per il suo Pil) nonché lo Stato che da solo ospita un quinto dell’intera popolazione africana. Eppure, nonostante i suoi primati, la situazione dei diritti umani in Nigeria è sull’orlo del collasso.

La gestione sconsiderata dei proventi del petrolio, l’inquinamento prodotto dalla sua estrazione e la corruzione dilagante pongono i nigeriani al 142° posto nella lista degli Stati per pil pro capite. Milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, intere regioni (come il Delta del fiume Niger) sono diventate le zone più inquinate del mondo e la popolazione ha dovuto abbandonare la terra un tempo coltivata a beneficio delle grandi compagnie petrolifere e del governo centrale.

In dieci anni di crescita a tassi del 7 per cento annuo basata quasi esclusivamente sull’export di idrocarburi, la Nigeria è passata dal 62 per cento al 33,5 di poveri assoluti. Ma un crollo delle entrate petrolifere, mentre il nord del paese è in preda al terrorismo dei Boko Haram, potrebbe far precipitare la situazione.

E purtroppo le premesse sono pessime.

18 Comments

  1. Per l’arricchimento dei potenti ci dobbiamo andare di mezzo noi….maledetti in questo secolo si ammazzano tutti giocando alla guerra mandando in malore ogni senso di civilta’addirittura usando la religione…..

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  2. Per l’arricchimento dei potenti ci dobbiamo andare di mezzo noi….maledetti in questo secolo si ammazzano tutti giocando alla guerra mandando in malore ogni senso di civilta’addirittura usando la religione…..

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    • Non h hai mai sentito parlare di guerra civile? Le guerre civili sono le peggiori e partono dai cittadini che credono nella rivoluzione.. Nessun esercito hanno mai fermato una guerra civile.. È la peggiore delle guerre e cessa solo se il popolo lo vuole

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  3. I nuovi assetti, cioè che ci ammazzano in modalità innovative..ah però! Ringraziamo finmeccanica per la gentile concessione dei propri armamenti usati da mezzo mondo per sterminare popolazioni inermi..e da parte mia auguro a tali affaristi una morte lenta e agonizzante dal primo al loro ultimo parente..

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